1 Il re mite
2 Trenta monete
3 Abbandono
4 L'agnello

La passione

Le ultime ore di Gesù sono, in Matteo, il punto di massima densità delle Scritture d'Israele. Qui le citazioni non sono più solo eventi isolati che "si compiono": diventano il linguaggio stesso con cui Matteo racconta la storia. Le quattro citazioni di questa tappa — da Zaccaria, dal Salmo 22, da Isaia — mostrano i tre livelli di compimento incontrati nelle tappe precedenti, ma qui si concentrano e si intrecciano in poche ore decisive.

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Il re mite sull'asina

Zaccaria 9,9 → Matteo 21,4-5
Giotto, Ingresso di Gesù a Gerusalemme
Giotto, Ingresso di Gesù a Gerusalemme, ca. 1304-1306 (Cappella degli Scrovegni, Padova). Pubblico dominio — Wikimedia Commons.
Antico Testamento
Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina.
Zaccaria 9,9

Contesto originale

Zaccaria profetizza nel tardo VI secolo a.C., durante la ricostruzione del Secondo Tempio dopo il ritorno dall'esilio babilonese. L'oracolo annuncia l'arrivo di un re che non cavalca un cavallo da guerra — simbolo per eccellenza della potenza militare degli imperi — ma un asino, animale da lavoro e da pace. Il versetto successivo specifica: «farò sparire il carro da combattimento... egli annuncerà la pace alle nazioni» (9,10). È il ritratto di una regalità che rinuncia deliberatamente agli strumenti convenzionali del potere, in un'epoca in cui Giuda non ha più né re né eserciti propri.

Vangelo di Matteo
Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un'asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma».
Matteo 21,4-5

Il collegamento

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è deliberatamente messo in scena: manda i discepoli a procurare l'animale, sceglie un gesto che richiama esplicitamente Zaccaria. Le folle acclamano «Osanna al figlio di Davide» — un linguaggio di attesa regale, quasi rivoluzionaria. Ma Matteo, citando Zaccaria, incornicia l'evento in senso opposto: questo re non viene per la guerra. Mite, su un animale da lavoro, entra nella città che nel giro di pochi giorni lo condannerà. È lo stesso rovesciamento già visto nel ministero — potenza che si manifesta nella mitezza — ma ora portato dentro le mura di Gerusalemme, nel luogo dove il confronto con il potere religioso e politico diventerà inevitabile.

Prospettive alternative

Un dettaglio curioso ha alimentato il dibattito esegetico per secoli: la poesia ebraica di Zaccaria 9,9 descrive l'animale con un parallelismo sinonimico tipico — "un asino, un puledro figlio d'asina" — due espressioni per lo stesso animale. Matteo, però, sembra leggerlo come due animali distinti: i discepoli portano «l'asina e il puledro» (21,7), e il testo greco può suggerire che Gesù sieda su entrambi. Alcuni studiosi vedono qui un caso in cui Matteo, lavorando su un testo scritto più che su un ricordo oculare, privilegia la corrispondenza scritturale anche a costo di una scena meno plausibile; altri ritengono che il problema sia più apparente che reale, e che il riferimento "li" nel testo greco riguardi i mantelli, non gli animali. È uno dei punti in cui l'esegesi resta divisa.

Interpretazione ebraica

Zaccaria 9,9-10 è ampiamente letto in chiave messianica nella tradizione ebraica. Il Talmud (Sanhedrin 98a) discute proprio questo versetto, accostandolo a Daniele 7,13 ("uno simile a un figlio d'uomo... con le nubi del cielo"): se Israele sarà meritevole, il Messia verrà "con le nubi del cielo"; se non lo sarà, verrà "umile, cavalcando un asino". L'immagine del Messia mite sull'asino, dunque, non è un'idea estranea al pensiero ebraico — è già presente, secoli prima del Vangelo, come una delle due modalità possibili dell'arrivo messianico. La distanza tra le tradizioni non è sull'immagine in sé, ma su chi sia il re a cui essa si applica.

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Le trenta monete e il campo del vasaio

Zaccaria 11,12-13 → Matteo 27,9-10
Giotto, Giuda riceve il prezzo del tradimento
Giotto, Il prezzo del tradimento, ca. 1304-1306 (Cappella degli Scrovegni, Padova). Pubblico dominio — Wikimedia Commons.
Antico Testamento
Io dissi loro: «Se vi pare bene, datemi il mio salario; se no, lasciate». Essi pesarono il mio salario: trenta sicli d'argento. Il Signore mi disse: «Gettali al vasaio» — il prezzo con cui mi avevano valutato. Presi i trenta sicli d'argento e li gettai nella casa del Signore, per il vasaio.
Zaccaria 11,12-13

Contesto originale

Zaccaria 11 è uno dei testi più enigmatici dell'Antico Testamento: il profeta interpreta simbolicamente il ruolo di un "pastore" che rappresenta la cura di Dio per il gregge — Israele — ma viene rifiutato. Chiede il proprio "salario" e riceve una somma volutamente sprezzante: trenta sicli d'argento, lo stesso prezzo previsto dalla Legge per un servo ucciso da un animale (Esodo 21,32). Gettare quella somma "al vasaio" nella casa del Signore è un gesto di disprezzo: il salario del pastore viene trattato come scarto. Il passo riflette un tema più ampio del libro: una guida data da Dio, sottovalutata e respinta dal popolo che dovrebbe riconoscerla.

Vangelo di Matteo
Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero le trenta monete d'argento, prezzo del Valutato che i figli d'Israele avevano valutato, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».
Matteo 27,9-10

Il collegamento

Giuda, pentito, restituisce ai capi dei sacerdoti le trenta monete ricevute per tradire Gesù. Loro, non potendo reimmettere "denaro di sangue" nel tesoro del Tempio, lo usano per comprare un campo da un vasaio, destinato alla sepoltura degli stranieri — il "Campo di Sangue". Matteo vede in questa transazione il compimento dell'oracolo di Zaccaria: trenta monete, il "valutato", il vasaio, il campo. Il pastore rifiutato e sottovalutato di Zaccaria diventa, per Matteo, un'immagine di Gesù stesso — il cui prezzo, fissato da chi dovrebbe riconoscerlo come guida, è lo stesso prezzo di uno schiavo. Ma c'è un dettaglio che salta all'occhio: Matteo attribuisce la citazione al profeta Geremia, non a Zaccaria.

Prospettive alternative

L'attribuzione a "Geremia" di un testo che corrisponde a Zaccaria 11,12-13 è uno dei piccoli rompicapi del Vangelo di Matteo, discusso fin dall'antichità. Le spiegazioni proposte sono diverse: potrebbe essere un errore di trascrizione antichissimo (ma presente in tutti i manoscritti conosciuti, il che lo rende improbabile); più spesso si pensa che Matteo stia combinando consapevolmente Zaccaria 11 con immagini tratte da Geremia (il vasaio di Geremia 18-19, l'acquisto di un campo in Geremia 32) e citi l'insieme sotto il nome del profeta "maggiore" o più noto, secondo una convenzione antica di citazione combinata. Già Girolamo, nel IV secolo, scrisse di aver visto un testo apocrifo attribuito a Geremia che conteneva quasi queste stesse parole — segno che il problema era percepito anche nell'antichità cristiana.

Interpretazione ebraica

La lettura tradizionale ebraica di Zaccaria 11 colloca l'oracolo del "pastore" nel proprio tempo storico: una critica simbolica alle guide — i "pastori" — d'Israele, che non hanno saputo custodire il popolo loro affidato. Le trenta monete sono un'immagine di sottovalutazione (lo stesso prezzo di uno schiavo in Esodo 21,32), non una predizione cifrata di un tradimento futuro per denaro. Leggere il passo come profezia di un evento specifico, secoli dopo, richiede — dal punto di vista dell'esegesi ebraica — di estrarre il versetto dalla cornice allegorica sui "pastori" d'Israele in cui è inserito.

3

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Salmo 22 → Matteo 27,35-46
Matthias Grünewald, Crocifissione
Matthias Grünewald, Crocifissione, 1523-1524 (Staatliche Kunsthalle, Karlsruhe). Pubblico dominio — Wikimedia Commons.
Antico Testamento
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza: sono le parole del mio lamento... Ma io sono un verme, non un uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Quanti mi vedono mi scherniscono, storcono le labbra, scuotono il capo... Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte.
Salmo 22,2.7-8.19

Contesto originale

Il Salmo 22 è un lamento individuale, tradizionalmente attribuito a Davide, che descrive una sofferenza estrema: abbandono da parte di Dio, scherno pubblico, dolore fisico ("le mie ossa sono slogate"), e la divisione delle vesti tramite sorteggio. Ma il salmo non si chiude nella disperazione: dal versetto 23 in poi si apre a un rovesciamento — lode, fiducia, annuncio a "tutti i confini della terra". Questo movimento, dall'abbandono alla lode, è essenziale alla struttura del salmo: chi lo recita nella tradizione ebraica conosce bene che la prima riga apre un testo che si conclude nella speranza.

Vangelo di Matteo
Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte... e quelli che passavano di lì lo insultavano scuotendo il capo... Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Matteo 27,35.39.46

Il collegamento

A differenza delle altre citazioni di questa tappa, qui Matteo non usa la formula «perché si compisse». Il Salmo 22 è tessuto direttamente nel racconto: i soldati che dividono le vesti tirandole a sorte, i passanti che scuotono il capo derisori, e infine — al culmine — il grido stesso di Gesù, che cita in aramaico/ebraico l'apertura del salmo. È l'unico momento in cui, in Matteo, Gesù applica direttamente a sé una Scrittura con le proprie parole, in un grido. La domanda teologica è aperta: esprime un abbandono reale, oppure — come farebbe un ebreo che conosce le Scritture a memoria — citare il primo versetto evoca l'intero salmo, compreso il suo movimento verso la lode e la vindicazione? Matteo non risolve la tensione: la lascia risuonare.

Prospettive alternative

Le letture teologiche del "grido di abbandono" sono molteplici. Alcune tradizioni protestanti, soprattutto di matrice riformata, vi leggono l'espressione di un abbandono reale: il Figlio che porta su di sé il peso del peccato e sperimenta la separazione dal Padre. Altre letture — presenti in ambito cattolico e ortodosso — insistono sul fatto che citare l'incipit di un salmo, nella prassi ebraica, evoca l'intero testo: il grido conterrebbe già, implicitamente, la fiducia delle ultime strofe. La questione toccata è delicata anche dal punto di vista trinitario: come può il Figlio essere "abbandonato" dal Padre senza intaccare l'unità di Dio? Le tradizioni cristiane offrono risposte diverse, e il testo di Matteo, da solo, non le risolve.

Interpretazione ebraica

Nella tradizione ebraica, il Salmo 22 è la preghiera di un giusto (Davide, secondo l'attribuzione tradizionale) — o, per alcune letture, una voce collettiva d'Israele — nel momento della persecuzione più dura, che tuttavia non perde la fiducia in Dio, come mostra la seconda parte del salmo. Non è letto come profezia messianica di una crocifissione: la crocifissione era un'esecuzione romana, inesistente nel diritto biblico antico. Alcuni studiosi ebraici notano che i dettagli "coincidenti" (vesti divise a sorte, scherno con il capo scosso) possono riflettere il modo in cui i racconti della passione sono stati narrati — con il linguaggio del salmo già nell'orecchio di chi scriveva — più che un'eco indipendente e involontaria di un testo scritto secoli prima.

4

Come agnello condotto al macello

Isaia 53 → Matteo 26-27
Duccio di Buoninsegna, Cristo davanti a Pilato
Duccio di Buoninsegna, Cristo davanti a Pilato, predella della Maestà, 1308-1311 (Museo dell'Opera del Duomo, Siena). Pubblico dominio.
Antico Testamento
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca... Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità... Gli avevano dato sepoltura con gli empi, ma con un ricco fu il suo tumulo.
Isaia 53,5.7.9

Contesto originale

Torniamo al quarto Canto del Servo (Isaia 52,13–53,12), già incontrato nella tappa precedente a propósito delle guarigioni. Qui ci concentriamo sui suoi versetti culminanti: il Servo, "trafitto" e "schiacciato", non si difende — resta in silenzio come un agnello condotto al macello, immagine di mansuetudine totale di fronte alla violenza. La sua morte è descritta come ingiusta (non ha commesso nulla che la giustifichi), eppure carica di conseguenze per altri ("per le nostre colpe"). Il testo annota anche un dettaglio sulla sua sepoltura — "con un ricco fu il suo tumulo" — prima di concludersi con l'annuncio di un'esaltazione che segue l'umiliazione (52,13; 53,12).

Vangelo di Matteo
Il sommo sacerdote allora gli disse: «Non rispondi nulla...?». Ma Gesù taceva... E mentre lo accusavano i capi dei sacerdoti e gli anziani, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante cose attestano contro di te?». Ma egli non rispose neppure una parola.
Matteo 26,62-63; 27,12-14 — eco di Isaia 53,7

Il collegamento

A differenza delle altre tre citazioni di questa tappa, qui non c'è una formula «perché si compisse», né una citazione diretta isolata. Eppure Isaia 53 attraversa l'intero racconto della passione come un sottofondo costante: il silenzio di Gesù davanti al sinedrio e a Pilato richiama il Servo che "non apre la sua bocca"; la frase di Gesù sul "dare la propria vita in riscatto per molti" (Mt 20,28) riprende l'idea del Servo che "porta il peccato di molti" (Is 53,12); e la sepoltura nel sepolcro nuovo di un uomo ricco, Giuseppe d'Arimatea (Mt 27,57-60), risuona con "con un ricco fu il suo tumulo" (Is 53,9). Non è un singolo "tassello" che si compie, ma un'intera figura scritturale che diventa la grammatica con cui Matteo racconta la fine — e oltre — di Gesù. È il livello tematico di compimento nella sua forma più pura.

Prospettive alternative

Perché Matteo non cita mai Isaia 53 con la formula «perché si compisse», proprio nel momento in cui sembrerebbe più pertinente? Una possibile risposta: quando i Vangeli furono scritti, Isaia 53 era già così centrale nella predicazione cristiana delle origini (cfr. Atti 8,32-35; 1 Pietro 2,22-25) che la connessione non aveva più bisogno di essere dichiarata — era già parte del linguaggio condiviso con cui si raccontava la morte di Gesù. Alcuni studiosi vedono in questo un livello di compimento ancora più profondo delle citazioni puntuali: non singoli versetti "dimostrati", ma un'intera grammatica narrativa presa in prestito dalla Scrittura per raccontare gli eventi.

Interpretazione ebraica

Come già nella tappa precedente, Isaia 53 resta il punto di massima distanza tra le tradizioni. Qui si aggiunge un elemento: la sequenza umiliazione-sepoltura- esaltazione (52,13; 53,9.12). Nelle letture ebraiche messianiche minoritarie che applicano il testo a una figura individuale, questa sequenza descrive una vindicazione, un onore restituito al giusto sofferente — ma resta interna alla storia di quella figura, senza implicare una risurrezione nel senso cristiano. La sequenza specificamente cristiana — sofferenza, morte, sepoltura, risurrezione di un singolo individuo entro la storia — resta il punto su cui le due letture si separano definitivamente. Lo stesso testo, letto da due tradizioni, genera due epiloghi diversi per la sofferenza che racconta.

Undici fili, una trama

Quattro citazioni, un'unica notte e un unico giorno: dall'ingresso mite a Gerusalemme al tradimento per trenta monete, dal grido del Salmo 22 al silenzio del Servo davanti ai suoi accusatori. Insieme alle sette citazioni delle tappe precedenti, formano gli undici fili che Matteo intreccia per raccontare Gesù come il compimento delle Scritture d'Israele.

Resta una domanda da affrontare: cosa significa, alla fine, che tutto questo "si è compiuto"? Nell'ultima tappa proviamo a tirare le fila — e a tornare, con occhi nuovi, alla parola che ha aperto questo viaggio: τετέλεσται.

Continua: Conclusione